Due visioni sulla violenza: Galimberti e Zimbardo a confronto

Nel video che segue lo psicologo Luca Mazzucchelli intervista Philip Zimbardo.
Zimbardo, psicologo e professore emerito alla Stanford University (California), noto ai più per il famoso esperimento carcerario di Stanford1, offre alcune prospettive sulla violenza umana. Zimbardo, partendo dalla riflessione sui profondi mutamenti in atto nelle nostre società e parlando di quella che definisce una perdita fondamentale di umanità che sembra segnare un regresso della civiltà umana, facendo riferimento soprattutto ai terribili fatti di sangue perpetrati dal terrorismo negli ultimi anni, prosegue parlando delle influenze responsabili del superamento di quello che definisce il confine tra bene e male, dei fattori situazionali e circostanziali all’origine della violenza (temi che hanno costituito il cardine intorno al quale si sono sviluppate le sue ricerche negli anni), come, un esempio tra tanti, l’appartenenza a gruppi dediti all’indottrinamento dei membri al fondamentalismo religioso.

Il confine tra bene e male è tutt’altro che rigido, ma permeabile, attraversabile in entrambi i sensi, ognuno è capace di grande male e di grande bene. Lo psicologo statunitense focalizza l’attenzione sull’importanza del potere della situazione sull’individuo e del comprendere qual è il sistema che è causa della situazione: il potere, la legge, il dogma religioso, il potere del denaro, i media, ecc.

 
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Nel video successivo segue una nuova intervista compiuta da Luca Mazzucchelli, che offre diverse visioni sulla violenza umana. Questa volta l’intervistato è Umberto Galimberti. Il famoso studioso italiano offre una interessante dissertazione sulle dinamiche che portano all’espressione della violenza, dell’aggressività distruttiva, offrendo spunti di riflessione sui mutamenti dei paradigmi culturali di riferimento della nostra società, sul ruolo della letteratura e dell’istruzione, sulla religione, sulla genitorialità. La distruttività è un parte di noi, anche se non piace ricordarci di questo aspetto. Allora qual è l’antidoto ad essa, o perlomeno alla perdita del suo controllo? Per Galimberti fondamentale a questo scopo diviene l’educazione emozionale, i sentimenti “si imparano”.
 
2. https://www.youtube-nocookie.com/embed/JyMflSUvJhw
 
I sentimenti si imparano è un’espressione che trovo molto efficace, perché spesso dimentichiamo che la capacità di gestire adeguatamente le emozioni dipende dallo sviluppo della consapevolezza delle nostre emozioni. Questa consapevolezza nasce da un processo di autoconoscenza, senza il quale, oltre a non essere consapevoli dei nostri aspetti, emozioni e comportamenti, saremo poco consapevoli dell’altro e del suo sentire, con la conseguenza di un infausto sviluppo del rapporto tra identità personale ed alterità, tra io e tu. L’intelligenza emotiva si acquisisce, non è una dotazione innata.

La grande sfida che si pone all’uomo fin da quando nasce è riuscire a stabilire la capacità di identificare, comprendere e gestire in modo consapevole i propri panorami interiori, affinché l’espressione di sé non rimanga al livello del solo impulso, ma progredisca al livello delle emozioni e del sentimento. Il sentimento di sé, l’immagine di sé si definisce attraverso il contatto con gli altri, a partire dalle relazioni primarie. Ed è l’unione con ciò che è altro da noi che ci porta ad assimilare il nuovo e a renderlo parte di noi, consentendoci, quindi, la crescita, il cambiamento e la costruzione delle nostre mappe emotive. Così fin dalla nascita impariamo a definire l’immagine di noi che ci accompagnerà per la vita. Ma la sfida dell’uomo continua lungo tutta la sua esistenza, nessuna conoscenza, tanto meno quella di se stessi è acquista una volta e per tutte. Identificare, comprendere le proprie emozioni, avere la consapevolezza dei nostri stati interiori, dei nostri diversi aspetti (belli e brutti, malvagi e buoni, decorosi e vergognosi) è fondamentale per integrare le nostre diverse parti e gestire in maniera produttiva il nostro modo di entrare in contatto con il mondo: entrare in contatto con noi stessi ci consente di percepire noi e gli altri in maniera adeguata, rispondendo in maniera adeguata ai nostri bisogni e a quelli degli altri.
Ultima modifica articolo: 13/06/2017
 
Note
: 1. Philip Zimbardo, con il suo esperimento (1971) divenuto celebre con il nome “esperimento carcerario di Stanford”, sembrò dimostrare la grande importanza dell’influenza dei fattori situazionali sui comportamenti delle persone, come  la possibilità di perpetrare atti violenti, in virtù dell’adozione, da parte di chi entra a far parte di gruppi od istituzioni “cattivi”, delle regole, dei processi e dei comportamenti promossi dal gruppo o dall’istituzione. In questo esperimento furono selezionati giovani studenti universitari assegnati a due ruoli distinti: guardie carcerarie e reclusi. I primi, o almeno la maggior parte di essi, si resero protagonisti di vessazioni ed umiliazioni impressionanti ai danni dei secondi, sebbene non avessero ricevuto nessuna consegna a proposito, tanto che l’esperimento fu interrotto dopo solo 6 giorni, anziché durare due settimane. Le conclusioni di Zimbardo sono state nel tempo sottoposte a diverse critiche, ma l’esperimento ha comunque rappresentato un’analisi non trascurabile dei fattori situazionali responsabili dei nostri comportamenti. Per approfondimenti ecco alcuni link: igorvitale.org,    stateofmind.it .

 

Il testo di questo articolo è distribuito con Licenza CC:
Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia (CC BY-NC-SA 3.0 IT)

Video 1 e 2 dal canale “Parliamo di Psicologia con Luca Mazzucchelli” di YouTube

 
Leggi anche “La vitalità potenziale del male. Occorre scendere agli inferi prima di vedere la luce“.

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