La Verità non libera le persone

Alcuni passi di Sheldon B. Kopp tratti dal libro “Se incontri il Buddha per la strada uccidilo. Il pellegrinaggio del paziente nella psicoterapia” (1975, Astrolabio – Ubaldini Editore), libro in cui lo psicoterapeuta viene definito non come guru dogmatico, ma compagno di viaggio:

– «[Il terapeuta] Non ha alcun potere di “guarire” il paziente, poiché la guarigione non dipende da lui. Non può aggiungere nulla alla capacità di guarire del paziente, e quando cerca di farlo incontra inevitabilmente una forte resistenza che rallenta il progresso della terapia1».

– «Il paziente non vuole accettare che io (come suo psicoterapeuta) non sia più grande, più forte, più saggio di lui. Devo salvarlo, istruirlo, insegnargli come vivere. Ma Dio mi aiuti se ci provo2».

– «Il cercatore spera di trovare qualcosa di definito, di permanente, qualcosa di immutabile da cui poter dipendere. Gli viene offerta invece la riflessione che la vita è proprio così come sembra, cioè un fardello mutevole, ambiguo effimero, misto. Spesso risulta scoraggiante, ma in ultimo vale, poiché non c’è altro. Il pellegrino-paziente cerca un modo di vivere preciso, e gli viene mostrato che:

“La via di cui si può parlare
Non è una via costante;
Il nome che può essere pronunciato
Non è un nome costante” (Lao Tsu)3».

– «La Verità non libera le persone. I fatti non mutano gli atteggiamenti. Se il guru è dogmatico, susciterà solo l’attaccamento testardo e resistente a quelle credenze infelici che forniscono soltanto la sicurezza della sofferenza nota; i pellegrini-discepoli non saranno disposti ad aprirsi al rischio dell’ignoto o del non provato4».

Secondo Kopp, la speranza che sostiene il paziente ed il terapeuta lungo il cammino risiede nei propri sforzi, nel completare la propria storia, non nell’interpretazione dell’altro. Il terapeuta non è un guru che dice come vivere, cosa fare, che vende dogmi. Ci si potrebbe chiedere, allora, che senso ha la presenza del terapeuta per chi compie il cammino verso la crescita personale, verso la libertà dalla sofferenza, se egli non è colui che rivela l’ordine segreto che fornisce la chiave della felicità. Il terapeuta fornisce ascolto, accettazione, appoggio emotivo, e contrappone se stesso, ovvero un altro essere umano in lotta a chi è centrato in un dato momento sulla propria sofferenza; il terapeuta risponde al paziente con i propri strumenti, il più importante dei quali è rappresentato dalla vulnerabilità del suo sé fremente.

Il titolo del libro richiama un fondamento del Buddhismo Zen:
“Se incontri il Buddha per la strada uccidilo, perché è un falso Buddha: il vero Buddha è dentro di te”. La realtà va cercata dentro di noi, non all’esterno ed uccidere il Buddha significa ottener la piena conoscenza e scoperta di se stessi, rifiutare la dipendenza, raggiungere la libertà. Uccidere il maestro è quello che chiede al suo discepolo il vero maestro, che non mira ad asservire ai suoi dogmi il discepolo, ma ad insegnargli ad essere guida di se stesso.
Spero che abbiate capito tutti che l’uccisione è simbolica.

 

Note1. pag 10  ; 2. pag 62 ; 3. pag. 12 ;  4. pag 19.

 

Il testo di questo articolo è distribuito con Licenza CC:
Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia (CC BY-NC-SA 3.0 IT)

 

Bibliografia e consigli per gli approfondimenti:

S. B. Kopp, Se incontri il Buddha per la strada uccidilo. Il pellegrinaggio del paziente nella psicoterapia, 1975 Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma.

 

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