La vitalità potenziale del male. Occorre scendere agli inferi prima di vedere la luce

«Dante è sceso nell’abisso del male; ha dovuto passare una stagione all’inferno, prima di poter risorgere di nuovo ed essere illuminato dalla luce divina. Non c’è peccato che non riuscisse a trovare in se stesso. È altrettanto buono e cattivo quanto il resto di noi» (Sheldon B. Kopp, “Se incontri il Buddha per la strada uccidilo. Il pellegrinaggio del paziente nella psicoterapia“, 1975, Astrolabio – Ubaldini Editore, pag. 102).

L’allegoria del viaggio attraverso l’aldilà, usata dal Sommo Poeta nella Divina Commedia per illustrare il percorso dallo smarrimento alla Redenzione (personale e dell’umanità), viene paragonata da S. B. Kopp al viaggio del paziente verso la scoperta di se stesso, al cammino (non facile) lungo la psicoterapia:

«Questa discesa nella profondità della propria anima costituisce il viaggio di ogni pellegrino. Nessun paziente nella psicoterapia può recuperare la propria bellezza e innocenza senza affrontare prima la bruttezza e la malignità in se stesso. Jung dice che non “abbiamo dato al diavolo… (alcun) colpo grave chiamandolo nevrosi» (ibidem, pag. 97-98).

Con questo Kopp vuole dire che il paziente ha bisogno di contattare la sua parte oscura, la propria ombra, di essere condotto dal terapeuta verso «la fossa della sua anima nera». Solo così ci potrà essere speranza per il paziente. Solo quando questo avverrà potrà delineare la sua storia e portarla alla luce, invece di essere condannato a riviverla inconsapevolmente. Fuggendo dalle parti di noi che non ci piacciono, non avremo il controllo su di esse, non ci sarà cambiamento. Fuggire dal male che è in noi stessi non è salutare. Il male costituisce una vitalità potenziale, che occorre però trasformare in qualcosa di produttivo, creativo, fruttuoso e vitale:

«Vivere senza il potenziale creativo della nostra distruttività significa essere un angelo di cartone» (ibidem, pag. 101).

Come sosteneva Perls, occorre maturare la consapevolezza e l’accettazione delle diverse parti di sé, sperimentandole, non eliminandole, ma integrandole, superando l’opposizione tra le polarità che ci contraddistinguono. Non c’è cambiamento senza accettazione completa di sé. Non possiamo ricevere gli aspetti belli, teneri, decorosi di noi stessi, se non siamo pronti ad affrontare idee e sentimenti cattivi, brutti, vergognosi. I primi sono parte di noi come i secondi, perché l’uomo non è buono, non è cattivo, è semplicemente uomo.
 

Il testo di questo articolo è distribuito con Licenza CC:
Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia (CC BY-NC-SA 3.0 IT)

 

Bibliografia e consigli per gli approfondimenti:

Sheldon B. Kopp, “Se incontri il Buddha per la strada uccidilo. Il pellegrinaggio del paziente nella psicoterapia“, 1975, cap. 7, Astrolabio – Ubaldini Editore.

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