Scrivere fa bene

scrivere fa bene

 

Da diversi decenni gli scienziati (ma prima di loro ci hanno pensato gli scrittori di ogni epoca) parlano dei benefici terapeutici dello scrivere delle personali esperienze, pensieri e sentimenti. La prima risposta che può venire in mente al perché scrivere può far bene è che tale pratica aiuta a “sfogarsi”, ad elaborare pensieri ed emozioni, cioè a fare chiarezza a proposito di ciò che si pensa e si prova al riguardo di situazioni ed eventi della propria vita personale, ad esprimere i paesaggi interiori che non riusciamo a portare alla luce durante lo svolgimento delle varie occupazioni della vita quotidiana. Sono alcuni dei motivi che, per esempio, spingono diverse persone a tenere un diario personale, mentre chi opta per la condivisione, scrivendo un libro o su di un blog, potrebbe farlo perché in aggiunta può sperimentare il piacere di raccontarsi agli altri, in maniera implicita o esplicita, creativa od assertiva. Ma, in sostanza, i motivi che spingono a scrivere sono molteplici, sono unici ed irripetibili per ciascuno di noi, dato che ognuno di noi è unico ed irripetibile. A tale proposito, forse vi potrebbe interessare la risposta che alcuni scrittori contemporanei hanno dato alla domanda sul perché scrivono, posta dal quotidiano la Repubblica: Ecco perché scrivo. Gli autori raccontano”.

Comunque, volendo riportare sui binari della riflessione scientifica la nostra analisi degli effetti benefici della scrittura, non ci resta che analizzare la letteratura esistente a tal proposito, che dimostra i benefici dello scrivere sulla salute fisica, psichica, nella gestione dello stress e nell’adattamento agli eventi traumatici. Gli studi sono numerosi, ma credo che la cosa più giusta da fare sia partire dal lavoro di James Pennebaker, psicologo sociale americano, che nel 1983 iniziò una lunga serie di studi sperimentali a riguardo, portata avanti poi da altri studiosi. Nei suoi studi, Pennebaker chiese ai soggetti coinvolti di riportare per iscritto emozioni e pensieri riguardo a particolari eventi della propria vita, per alcuni minuti e per alcuni giorni, cercando cosi di capire se ci fossero delle implicazioni sul benessere soggettivo date dallo scrivere. Egli definì con l’espressione “scrittura espressiva” questo suo modello sperimentale, l’idea del quale sarebbe nata, a quanto pare, per via di una sua esperienza personale: egli stesso avrebbe sperimentato gli effetti positivi del raccontare i propri vissuti in forma narrativa in un periodo di profonda depressione. Comunque, le sue ricerche dimostrarono che i soggetti che scrivono delle loro emozioni più profonde, passate e presenti, riguardo eventi particolarmente difficili e traumatici della loro vita sperimentano un miglioramento della salute psico-fisica molto più significativo rispetto ai gruppi di controllo.

Una volta che un’esperienza trova struttura e significato, organizzata nel formato di una storia, ne conseguirebbe una maggiore capacità di gestione degli effetti emozionali, in quanto essa viene semplificata e la mente non ha più bisogno di attivarsi per conferirgli un senso ed una struttura, così le esperienze disturbanti si ritirano dal pensiero cosciente. Dunque, tradurre in parole le proprie emozioni, oltre a poter far sperimentare un effetto catartico, contattando, riconoscendo e portando alla luce i propri vissuti, porta a riorganizzare le proprie esperienze personali — pensiamo a quelle più stressanti, traumatiche, magari mai raccontate a nessuno — rielaborandone il significato, attribuendogli nuove connotazioni affettive e cognitive, in modo che vengano comprese ed assimilate.

James Pennebaker ha condotto numerose ricerche a riguardo, oltre 250, ma soprattutto ha dato il via ad una lunga serie di studi che hanno dimostrato che la scrittura espressiva sia un buon alleato per la nostra salute globale. Tali studi hanno dimostrato che tale pratica favorisce l’adattamento agli eventi traumatici e stressanti, è un buon strumento di gestione dello stress, favorendo quindi la prevenzione di malattie o problemi di salute fisica correlati allo stress; è utile nell’alleviare disagi psichici di varia natura, ad esempio migliora l’umore, riduce l’ansia, migliora la qualità del sonno e riduce la tendenza a rimuginare; ha un effetto positivo su funzioni cognitive come memoria ed attenzione; inoltre, probabilmente per via delle ripercussioni del disagio mentale sui problemi di natura fisica e sul sistema immunitario, migliora il livello di salute generale delle persone con malattie croniche come l’asma, il dolore cronico, HIV, tumore.

Non occorre essere degli artisti della penna per provare a sperimentare gli effetti positivi della scrittura, ma bastano pochi minuti al giorno per alcuni giorni consecutivi (le varie ricerche di Pennebaker e dei suoi successori concordano sull’utilità di mantenere un ritmo di almeno 20 minuti al giorno per 4 giorni consecutivi).

Scrivere è una possibilità di avviare un dialogo interiore, facendo contatto con le diverse parti di noi, integrandole. Ascoltando le sensazioni e le emozioni esperite nel qui ed ora mentre ci raccontiamo, possiamo sperimentare le diverse polarità che costituiscono il nostro Sé, e quando ci ritireremo da questo contatto con noi stessi ne avremo elaborato il significato per la nostra identità, integrando l’esperienza nel nostro tema esistenziale, chiudendo ciò che è rimasto aperto e scoprendo nuovi aspetti di noi. Al pari dell’incontro con l’altro, ogni viaggio interiore porta ad un cambiamento, piccolo o grande che sia. Non siamo mai quello che eravamo prima di incontrare noi stessi, perché si è creato qualcosa di nuovo.

 

Il testo di questo articolo è distribuito con Licenza CC:
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Immagine di surasakiStock – su FreeDigitalPhotos.net

 

Bibliografia ed approfondimenti:

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