La Psicologia Analitica. Il pensiero di Jung spiegato da Aldo Carotenuto

JUNG PSICOLOGIA ANALITICA

 

Carl Gustav Jung (1875-1961), psichiatra svizzero, è stato il padre della Psicologia Analitica (o Psicologia del Profondo), teoria psicologica e metodo di terapia che nacque intorno a concetti comuni alla Psicoanalisi di Sigmund Freud (1856 – 1939), ma che nel lavoro di Jung ebbero uno sviluppo diverso. Fu membro della Società Psicoanalitica di Vienna presieduta da Sigmund Freud, con cui collaborò per lunghi anni fino alla frattura nel 1913, quando le divergenze su questioni teoriche portarono entrambi a proseguire lungo strade diverse.

Per Jung, fine ultimo della terapia, più che curare, era quello di favorire lo sviluppo della personalità individuale, ovvero il processo di individuazione, visto anche come il fine ultimo dell’esistenza umana, in un viaggio in cui il terapeuta accompagna il paziente lungo la ricerca del senso simbolico del malessere, aiutando la persona ad utilizzarne l’energia per consentire una “trasformazione” e quindi la propria individuazione. Condizione della terapia è la costituzione di uno spazio interattivo, di un rapporto dialogico in cui il terapeuta è implicato allo stesso modo del paziente, ben lungi dall’impassibilità e distacco emotivo che Freud consigliava di mostrare.

Nella Psicologia analitica, inoltre, i concetti di libido ed inconscio subiscono una declinazione diversa dalla teoria freudiana. Mentre per Freud rappresentava la pulsione sessuale e la principale forza motrice della psiche umana, la libido da Jung è definita come “energia psichica”, “slancio vitale”, spinta verso la vita che permette alla specie umana non solo di continuare ad esistere, ma anche di progredire e di svilupparsi.
L’inconscio, non è visto tanto come il luogo in cui albergano gli istinti primordiali ed il rimosso, ma assume una valenza maggiormente positiva, in quanto viene a configurarsi come sorgente di energie sane e di soluzioni creative.
Jung — accanto all’inconscio personale, legato alla storia individuale — ipotizza la presenza di un inconscio collettivo, uno strato ancora più profondo e oscuro della psiche, che non deriva da esperienze personali ma che è innato: un’eredità da parte dei nostri antenati, un bagaglio culturale, mitico e religioso della specie umana, fatto di simboli ed immagini primordiali universali ed immutabili – gli Archetipi – che condizionano i modi di vivere e fare esperienza dell’uomo.

Il processo di individuazione è definito da Jung come «lo sviluppo dell’individuo psicologico come essere distinto dalla generalità, dalla psicologia collettiva. L’individuazione è dunque un processo di differenziazione, che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale». Tale processo parte dal confronto spesso doloroso con i contenuti inconsci personali e collettivi da un lato e le convenzioni familiari, sociali e culturali dall’altro, per approdare ad un’integrazione delle diverse istanze psichiche in una struttura globale di livello superiore, che possa consentire all’individuo la realizzazione piena e completa delle proprie potenzialità, accettando i suoi limiti e gli opposti presenti in lui.

Qui di seguito un video in cui Aldo Carotenuto (1933 – 2005), che è stato uno dei principali conoscitori e studiosi a livello internazionale di Jung, parla in maniera più esaustiva del suo pensiero:

 
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Il testo di questo articolo è distribuito con Licenza CC:
Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia (CC BY-NC-SA 3.0 IT)

Video dal canale “Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto” – su youtube.com

 

Bibliografia ed approfondimenti:

         Note: 1 . C. G. Jung, Individuazione. In Opere. Vol IV, Boringhieri, Torino 1969.

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