Per vivere devo incontrarti: il contatto

contatto

«Quando ti incontro con tutto il mio sguardo, con tutto il mio corpo e con tutta la mia mente, tu puoi diventare irresistibile tanto da ingoiarmi. Nell’entrare in contatto con te, io scommetto la mia esistenza indipendente, ma soltanto attraverso la funzione di contatto può aversi pienamente la realizzazione delle nostre identità» (E. Polster, M. Polster, 1973)1. Con una elegantissima sintesi, Erving e Miriam Polster descrivono il contatto, processo alla base della nostra vita, fondamentale per la crescita. Solo facendo contatto con l’altro diventiamo noi stessi. Quando abbiamo abbandonato l’utero materno, ciascuno di noi è diventato un essere separato, ma un essere che ricerca costantemente l’incontro con l’altro, sforzandosi per tutta la vita di mantenere l’equilibrio tra l’indipendenza e l’unione. Ed è l’unione con ciò che è altro da noi che ci porta ad assimilare il nuovo e a renderlo parte di noi, consentendoci, quindi, la crescita, il cambiamento. La vita è un susseguirsi continuo di cicli, che iniziano ciascuno con un contatto con gli elementi dell’ambiente e con gli altri, e terminano con un ritiro, lasciando il posto al contatto successivo. È così che troviamo il nostro personale modo di stare al mondo e di manipolarlo, che impariamo a definire i nostri bisogni, a costruire l’immagine di noi che ci accompagnerà ovunque andremo. Scrivono i coniugi Polster: «Io ti tocco, ti parlo, ti sorrido, ti vedo, ti chiedo qualcosa, ti accolgo, ti conosco, ti voglio; e tutti questi contatti sostengono l’energia vibrante della vita. Io sono solo, tuttavia, per vivere, devo incontrarti» (ivi). Il contatto non è semplicemente uno stare insieme, è un’unione che consente al senso più pieno della propria persona di sfociare in una nuova creazione: «non sono più soltanto me stesso, ma io e tu ora siamo noi» (ivi).

Quelle che seguono sono, in buona sostanza, alcune considerazioni di Peter Philippson, terapeuta della Gestalt di Manchester (Regno Unito), ascoltate in un recente seminario. Egli ha affermato che non ci può essere il Sé, se non c’è l’altro, così come non ci può essere il giorno senza l’oscurità. Infatti, se ci fosse un’oscurità eterna non sapremmo nemmeno cos’è, in quanto il concetto di oscurità è definibile solo in base alla presenza di luce. Così non si vede il Sé come qualcosa che appartiene alla singola persona. Il Sé nasce sempre dalla co-creazione insieme all’altro. Esistono due tipi di mondi: il mondo delle cose, degli oggetti, e il mondo basato sul confronto. Il mondo basato sul confronto è fatto di diverse qualità: luce e buio, di grande e piccolo, di utile ed inutile e così via. Io sono grande rispetto ad una formica, ma divento piccolo al confronto di una montagna. Capisco se sono grande o piccolo solo grazie al confronto. Il Sé appartiene al secondo tipo di mondo e non al primo. La terapia non è l’esplorazione del Sé del paziente, ma la co-creazione del Sé-Altro, del rapporto tra terapeuta e paziente in quello specifico momento. L’obiettivo è quello di ripristinare la capacità di essere spontaneo, la creatività, ovvero strategie fluide di adattamento all’ambiente. Le persone sono ferite non da ciò che non conoscono, ma da ciò che conoscono molto bene e che non funziona più, dalle modalità di interazione con il mondo rigide e stereotipate che non consentono un contatto pieno. La terapia consiste nel portare la persona in un mondo in cui scoprire qualcosa di nuovo nella relazione, nello sperimentare qualcosa di insolito. Come la danza. La danza è ballare con qualcuno. Se l’altro ha imparato a ballare in una scuola in cui era concesso farlo solo e sempre nello stesso modo, avrà un modo rigido e stereotipato di ballare e farà in modo che l’altra persona balli a quel modo. Se il terapeuta balla come vuole lei, saranno entrambi molto bloccati. Se il terapeuta fa in modo che il paziente balli in un preciso modo, saremo sempre nella dimensione della dominazione e dell’impasse. Se invece non si segue nessuna di queste due strade e si lascia che ognuno balli come gli è congeniale, piano piano troveranno il loro nuovo modo di ballare insieme.

Cosa voleva dire Philippson? Che la relazione, anche quella terapeutica, è co-costruzione, lungo un procedere insieme, imparando a conoscersi di volta in volta lungo il cammino, sperimentando il percorso per nuove soluzioni. Il confronto ci permette di crescere, cambiare. Senza il confronto non saremmo in grado di sapere chi siamo.
Io sono un essere separato da te, tuttavia, per vivere, devo incontrarti. Il contatto è un’avventura che implica anche il rischio della perdita dell’identità o della separazione, ma bisogna rischiare per vivere. È questo il segreto ed il fascino del contatto.

 

Il testo di questo articolo è distribuito con Licenza CC:
Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia (CC BY-NC-SA 3.0 IT)

Immagine da originale di Vichaya Kiatying-Angsulee – su FreeDigitalPhotos.net

 
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Bibliografia ed approfondimenti:

  • Perls, Hefferline, Goodman, Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, 1997.
  • E. Polster, M. Polster, Terapia della Gestalt Integrata,  Giuffrè Editore, 1986.
  • S. Ginger, La Gestalt. Terapia del con-tatto emotivo, Edizioni Mediterranee, 2° ed. 2004.
  • Peter Philippson, seminario “I gruppi in Gestalt Therapy: oltre la sedia calda”, 16-17 aprile 2016, Roma.

 

Note1. Traduzione italiana tratta da E. Polster, M. Polster Terapia della Gestalt integrata, giuffrè editore, 1986, p. 96.

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