La proiezione

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Il meccanismo della proiezione consiste nell’attribuzione di contenuti ideativi, emozionali o caratteristiche propri ad altri oggetti o persone. Perls definiva la proiezione come «la tendenza ad attribuire all’ambiente la responsabilità di ciò che trae origine dal Sé»1. È un meccanismo di difesa noto fin dagli albori della Psicoanalisi, quando Freud ne definì le caratteristiche principali soprattutto in relazione ai fenomeni psicopatologici, come ad esempio la paranoia: secondo il padre della Psicoanalisi, il paranoico proietta determinati contenuti intollerabili dello psichismo inconscio, i quali gli ritornano dall’esterno sotto forma di rimproveri o minacce. Attraverso la proiezione, dunque, viene espulso da sé ciò che nel mondo interno è fonte di dispiacere, un pericolo pulsionale che l’Io non riesce a gestire. Un’espressione normale della proiezione per Freud si poteva riscontrare nella superstizione, nella mitologia e nell’animismo in cui vengono attribuite a forze ultraterrene processi psichici inconsci. Anche la nascita delle religioni è vista come proiezione metafisica del desiderio di protezione, espresso dall’umanità primitiva, procedimento che si rinnova nello sviluppo psichico del bambino che desidera amore e protezione dalla figura del padre, che successivamente diverrà oggetto di proiezione.

La proiezione è una strategia adattiva che viene utilizzata a partire dalla primissima infanzia, quando il bambino attribuisce ad altri (persone, animali o anche oggetti inanimati) i sentimenti o desideri che egli stesso prova e perdura anche dopo che avviene la piena differenziazione tra sé e mondo esterno, in ogni fase della vita psichica diremmo. Una proiezione sana è indispensabile per permettere il contatto emotivo e la comprensione degli altri: sarebbe impossibile, infatti, immaginare ciò che sente l’altro senza assumere il suo punto di vista o calarci nei suoi panni. Proiettare verso l’esterno le proprie esperienze può agevolare il processo di comprensione del mondo soggettivo di qualcun altro. L’empatia dunque è consentita da una certa dose di proiezione. Essa, inoltre, alimenta «la creazione artistica del pittore, dello scultore, dello scrittore che si identifica nella sua opera o nel suo eroe…»2 (S. Ginger, 1987).

Tale meccanismo può essere definito patologico quando diviene una strategia difensiva rigida e stereotipata, una modalità sistematica di attribuire all’ambiente aspetti del Sé, quando non siamo capaci di riappropriarci delle parti che ci appartengono, negandole o non riconoscendole, e di assumerci la responsabilità di quello che siamo o facciamo. Ad esempio, abbiamo detto che per comprendere gli altri ci si serve in una certa misura della proiezione, attribuendo ad un’altra persona i propri pensieri, i propri sentimenti ed i propri atteggiamenti, ma un punto di vista rigidamente egocentrico diventa problematico: per fare un esempio, si arriverà a modalità relazionali disfunzionali e ad errori di interpretazione della realtà, se proiettiamo sistematicamente il nostro punto di vista emozionale, senza mai sottoporre a verifica ciò che si immagina l’altro stia provando.
Nei disturbi paranoici raggiunge la sua una forma estrema, quando il «paranoico diffidente e persecutore rimprovera a tutti coloro che lo circondano l’aggressività che lui stesso proietta sugli altri»3 (S. Ginger, 1987).

Non accettiamo i nostri sentimenti e le nostre azioni perché “non dovremmo” né agire né sentire in quel modo e dovremmo essere in un altro modo: il “non devo” e il “devo” sono gli introietti che ci attanagliano e caratterizzano determinati sentimenti e azioni come sgradevoli, così nella proiezione «il mondo esterno diventa il campo di battaglia su cui si affrontano i conflitti interiori del soggetto» (Perls)4 .
Riappropriarsi dei pezzetti di identità proiettati richiede un esercizio di consapevolezza costante che spetta a tutti noi, per mantenere il giusto confine-contatto con il mondo. Quindi, quando critichiamo gli altri dovremmo chiederci se stiamo negando qualche parte di noi. Forse ora è più chiara la frase di C.G. Jung dell’immagine.

 

Il testo di questo articolo è distribuito con Licenza CC:
Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia (CC BY-NC-SA 3.0 IT)

Immagine originale da Wikimedia Commons

 

Bibliografia ed approfondimenti:

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