Oltre che con la bocca si mangia con la mente. Alcune riflessioni sul rapporto tra Psicologia ed alimentazione

psicologia ed alimentazioneMangiamo innanzitutto per soddisfare un impulso fondamentale: la fame. Tale impulso ci consente di assimilare dagli alimenti i nutrienti necessari alla nostra sopravvivenza, ma appare chiaro a tutti che l’alimentazione non avviene solo per garantire al nostro organismo di mantenersi in vita. Nel libro “L’Io, la fame e l’ aggressività“, considerato il primo testo in cui vengono enucleati i principi fondamentali della Psicoterapia della Gestalt, Frederick (Fritz) Perls, si focalizza sulla capacità dell’Io di soddisfare i propri bisogni, tra cui appunto l’impulso della fame, presa a paradigma delle relazioni dell’organismo con l’ambiente. L’Io si serve per questo suo scopo dell’aggressività, intesa come attività auto-affermativa (dal latino ad-gredere = andare incontro), con cui “mordere” e “masticare” l’ambiente per assimilarlo o rifiutarlo a seconda che sia nutriente o nocivo. Masticando e ingoiando, il mondo diventa dunque parte di noi, ma ovviamente per Perls l’assimilazione è importante non solo per l’assunzione del cibo fisico, ma anche per l’assunzione di cibo mentale o idee. Assimiliamo andando incontro al mondo, facendo contatto con l’ambiente, seguendo il ciclo di soddisfazione della molteplicità dei nostri bisogni.

Ma lasciando da parte per il momento i rapporti tra la regolazione dei bisogni organismici, sviluppo della personalità e nevrosi, possiamo dire sicuramente che non mangiamo solo per nutrirci. Già a partire dalle primissime esperienze nel mondo e dai primi rapporti con gli alimenti inizia un processo di selezione che trascende il valore nutritivo del cibo stesso.

Infatti, esiste una varietà molto ampia di alimenti utili al nostro sostentamento, ma di certo noi non mangiamo tutto ciò che è considerato commestibile. La prima riflessione che viene da fare è che nelle nostre scelte giocano un ruolo fondamentale le preferenze, i cosiddetti gusti, che hanno una variabilità soggettiva. Cosa sono le preferenze? Sono la rappresentazione mentale di ciò che consideriamo buono o disgustoso, che spesso prescinde dal senso del gusto che ci da informazioni sul sapore dei cibi. Un ruolo fondamentale sulla costruzione delle nostre rappresentazioni è giocato dalla cultura. Per spiegare semplicemente questo concetto utilizzerò il classico esempio degli insetti mangiati in diverse culture: molti insetti hanno un alto valore nutritivo e sono apprezzati da milioni di persone in oriente e tra i membri di diverse popolazioni del continente africano, ma una dieta a base di animaletti a 6 zampe viene considerata dalla maggior parte di noi occidentali una pratica disgustosa, anche senza averli mai assaggiati, questo perché la nostra cultura non classifica affatto come alimento gli insetti. Le nostre rappresentazioni dipendono dunque da norme, valori espliciti ed impliciti, influenzamenti che appartengono al contesto sociale in cui viviamo e che portano ad operare determinate scelte.

Molto spesso la preparazione di un piatto e la sua consumazione collettiva sotto forma di pasto fanno parte di un rituale dal preciso valore simbolico e comunicativo. Pensiamo alle nostre ricette tradizionali, fatte di un insieme di direttive che richiedono ingredienti, azioni e gesti precisi, con tempi accuratamente calcolati. Viene così ritualizzata la preparazione e anche la consumazione di un alimento, che viene, ad esempio, servito in determinati giorni della settimana, in concomitanza di precise ricorrenze, festività o in particolari momenti della vita familiare e comunitaria. Dunque, il cibo così concepito diviene atto sociale, strumento di incontro tra persone e per esprimere l’appartenenza ad una comunità o il radicamento al territorio di origine. Pensiamo all’alto valore relazionale del semplice sedersi a mangiare in compagnia, talvolta intorno tavolate gioiosamente chiassose, che rinsalda i legami di parentela e amicizia.

Mangiare determinati alimenti è anche il modo che abbiamo di esprimere la nostra identità, fatta di stili, idee e credenze particolari: chi sceglie di non nutrirsi di prodotti di origine animale fa una scelta di vita che manifesta la volontà del rispetto di precisi valori e convinzioni (rispetto per la vita animale in ogni sua forma, convinzione che i prodotti animali siano dannosi per la salute, etc.); così come le persone che assumono prodotti biologici possono esprimere con quest’abitudine la loro attenzione verso la salute, il rispetto per l’ambiente, etc; coloro che si dedicano alla ricerca ad ogni costo di cibi poco comuni o piatti elaborati secondo rigidi disciplinari denotano probabilmente una passione per la scoperta della particolarità e della raffinatezza, a prescindere dalle motivazioni soggettive e dai bisogni personali ed irriducibili che vi sono alla base. Il cibo può essere visto come una fonte importante di piacere, come occasione per incontrare l’altro, apprendere novità e esplorare nuove tradizioni (preparandolo, scambiandolo, consumandolo con altre persone, condividendone il piacere e i segreti) e così via. Questi sono solo alcuni esempi per cercare di esprimere il complesso concetto delle funzioni del cibo e delle nostre abitudini alimentari.

Dunque sono molti i processi e i fenomeni che sottendono le scelte alimentari quotidiane e in quest’articolo si è cercato di esprimere in maniera sintetica il complesso rapporto esistente tra psicologia ed alimentazione, un comportamento umano mediato da fattori fisiologici e da determinanti psicologiche, sociali e culturali,  espressione di molteplici significati affettivi, relazionali e simbolici.

 

Il testo di questo articolo è distribuito con Licenza CC:
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Immagine di psiche & benessere © 

 

Bibliografia ed approfondimenti:
– Frederick Perls, “L’Io, la fame, l’aggressività. L’opera di uno psicoanalista eretico che vide in anticipo i limiti fondamentali dell’opera di Freud“,  FrancoAngeli, 1995.
– Leon Rapaport, “Come mangiamo. Appetito, cultura e psicologia del cibo“, Ponte Alle Grazie, 2003.

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