I bisogni dell’uomo nella società consumistica

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Nella società moderna, in cui tendenze, mode, pubblicità spingono all’aumento dei consumi ampi strati della popolazione, la soddisfazione esistenziale e il benessere personale rischiano di coincidere con il comprare, possedere, il consumare, facendo perdere di vista i reali bisogni dell’individuo. I beni materiali, da semplici “cose” destinate all’utilizzo umano per soddisfare i bisogni di sopravvivenza e comfort, diventano strumenti in grado di definire i rapporti sociali. Feticci direbbe qualcuno, ad esempio qualcuno come Karl Marx. Per il filosofo tedesco, nelle società capitalistiche, i rapporti sociali fra gli uomini assumono l’aspetto di rapporti tra cose, in quanto limitati allo scambio di merci — che non sono considerate per quello che sono, ma per quello che valgono, per la loro capacità di essere permutate con il denaro. Ma senza andare a scomodare la teoria marxiana del valore, si può pensare che i beni materiali sono in grado di definire i rapporti sociali non solo in virtù del valore materiale, ma anche del valore simbolico che recano. Per essere devi possedere. Esempio classico: devi possedere l’ultimo modello di cellulare per essere un “insider”, mostrare il tuo valore tra il gruppo di coetanei (che sarà considerato deteriore se non ti omologhi). Inoltre, se non hai uno smartphone, sarai escluso dalle più moderne forme di comunicazione consentite dalle social technologies: istant messagging, social app e via discorrendo. Questo esempio non vale più solo per i giovani, ma anche per i meno giovani.

A volte si presenta il progresso tecnologico come forza autonoma inarrestabile, soggetto dotato di un suo spirito, realtà che si evolve da sola, spontaneamente. La tecnologia al servizio dell’uomo, della sua emancipazione. Ma la tecnologia crea anche assoggettamento, se diventa strumento al servizio del mercato, che per sopravvivere ricorre a strategie come l’obsolescenza programmata e rapida, puntando solo all’autopotenziamento di se medesima, perdendo di vista il miglioramento della qualità di vita dell’uomo. Così anche la ciclicità delle mode è in parte pianificata da strategie che attraverso la pubblicità invogliano a comprare oggetti nuovi, determinando la caduta in disuso dei vecchi capi di abbigliamento, dei superati libri di carta, del vecchio scooter, televisore, telefonino, etc. Precisiamo che “moda” non vuol dire solo conformismo,  fare ciò che fa la maggioranza  (“bandwagon effect”), ma anche fare l’esatto opposto  (“snob effect”) per distinguersi. Sarebbe riduttivo e facile dire che degli “status symbol” hanno bisogno persone “insicure” che li utilizzano per farsi accettare, omologarsi, affermarsi nel contesto sociale a cui appartengono o nel quale desiderano inserirsi. In virtù di quanto descritto finora, tutti possiamo perdere la strada del “consumo critico”, qui inteso come capacità critica di distinguere ciò di cui abbiamo realmente bisogno dal superfluo.

Ma fermiamoci un attimo: in questo articolo si sta cercando di presentare la nostra come una società consumistica (di fatto la natura delle società occidentali è identificata come tale non solo da chi scrive), non tanto per connotare questa espressione di negatività e invitare alla rivoluzione, a dispetto dell’accenno a Marx, ma per illustrarne le dinamiche che la regolano, in quanto queste possono celare delle insidie. Il concetto secondo cui si sta bene solo se si possiede, più abbiamo più aumenta la felicità, si fa pericoloso oggi più che mai, in questa sciagurata congiuntura economica. In tempi di crisi, quando si assottiglia la possibilità di avere sempre di più, saremo tutti infelici, se facciamo coincidere l’avere con il benessere. Comprendere che la società in cui viviamo contribuisce in misura importante nella definizione dei nostri bisogni, nel senso che ce li impone, forse può esserci utile per riacquistare una certa autonomia decisionale nella ridefinizione dei valori e riposizionamento dei bisogni (mettendo ai primi posti quelli reali), per costruire relazioni autentiche e per trovare, dunque, la via del benessere. Emanciparsi completamente dai meccanismi orientati alla produzione e al consumo — che seguono ritmi sempre più frenetici, sottraendoci tempo per noi stessi — può sembrare difficile, anzi lo è, ma in realtà non stiamo parlando di trasformare la società, ma di entrare maggiormente in contatto con noi stessi e gli altri: per il benessere e la felicità di un bambino contano di più i regali che riceve o la quantità e la qualità del tempo che passa con i genitori? La risposta ci fa capire che se gli straordinari sono finalizzati a guadagnare di più per comprare regali e status symbol per la famiglia, allora mamma e papà possono lavorare qualche ora in meno e puntare ad una migliore qualità della vita in famiglia. Un banale esempio.
 

Il testo di questo articolo è distribuito con Licenza CC:
Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia (CC BY-NC-SA 3.0 IT)

Immagine da originale di Stuart Miles — su FreeDigitalPhotos.net

 
Leggi anche "Che fine ha fatto l'attenzione alle condizioni dell'uomo?"
 

Per approfondimenti:
Zygmunt Bauman – Consumo, dunque sono –  Laterza, ed. 2014.

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4 pensieri su “I bisogni dell’uomo nella società consumistica

  1. Il Suo post mi ha ricordato un aneddoto che raccontava spesso mia nonna.
    Lei diceva che da bambina aspettava tutto l’ anno che arrivasse il Natale, perché sapeva che per quella festa le sarebbe stato regalato un cioccolatino. Allora quel minuscolo pezzo di cioccolata era un lusso inimmaginabile, che ci si poteva permettere appunto soltanto una volta l’ anno. Adesso invece, diceva mia nonna, se ho voglia di un po’ di cioccolata vado al supermercato e me ne compro una stecca larga così e spessa così per un euro e spiccioli.
    Mia nonna ci faceva questo paragone per farci capire che adesso ogni giorno é festa, ogni giorno é Natale, perché ora possiamo permetterci di fare tutti i giorni delle cose che soltanto pochi anni fa erano delle comodità inaccessibili. E quindi finiamo per darle per scontate, non le apprezziamo nella giusta misura e non siamo mai contenti.

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    1. Il bellissimo esempio di sua nonna ci fa capire in maniera immediata come di fronte alla grande offerta, disponibilità e accessibilità alla “merce” di oggi si rischi di perdere di vista i bisogni più importanti. Perché quando si può acquistare tanto si può cadere nell’illusione che la felicità consisti nel possedere quel tanto e non il necessario, impiegando gli sforzi in un’affannosa e dispendiosa corsa finalizzata al possesso di tutto quello che il mercato, le mode, le pubblicità ci offrono.

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