Cos’è l’ansia?

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Tutti noi utilizziamo frequentemente il termine “ansia”, a volte anche per indicare quelle condizioni della persona che non corrispondono propriamente ad uno stato d’ansia. Ma cos’è, da dove nasce e come si manifesta l’ansia?

Potremmo definire l’ansia come un insieme di esperienze emotive, cognitive e corporee che si originano di fronte alla percezione di un possibile pericolo, una minaccia, una difficoltà per la persona. È differente dalla paura, che è l’emozione che sperimentiamo di fronte ad un pericolo reale, ad uno stimolo ben preciso ed identificabile, che proviene dal mondo esterno (ad esempio, quando veniamo aggrediti da un grosso cane). Quindi, di per sé l’ansia non è patologica, ma è funzionale all’adattamento all’ambiente fisico e sociale, in quanto ci permette di anticipare una situazione spiacevole e le possibili conseguenze negative, attivando una serie di strategie mentali e comportamentali utili al superamento del problema che potrebbe presentarcisi. Ad esempio, se dobbiamo sostenere un esame, la possibilità di essere bocciati e l’anticipazione delle conseguenze negative derivanti dal mancato suo superamento (come ripetere il corso, sostenere nuovi costi di iscrizione, etc.), ci faranno provare una certa apprensione e preoccupazione che ci porteranno a studiare nel modo per noi più efficace.

È originata dunque da un intimo e soggettivo presagio di pericolo ed è caratterizzata da una serie di sensazioni di allarme e apprensione emotiva, da un’attività mentale improntata all’anticipazione e alla pianificazione e da diverse esperienze neurovegetative (quali aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, tensione muscolare, sudorazione, etc.). Queste caratteristiche dell’ansia hanno un’ampia varietà interindividuale, ovvero l’intensità e il tipo di sensazioni legate a questa dimensione naturale dell’essere umano e le situazioni che la originano variano da persona a persona. Ma quando esse diventano eccessive e persistenti possono inficiare la prestazione della persona ed essere causa di sofferenza per l’individuo, che può arrivare a sperimentare un senso di sopraffazione da parte delle difficoltà e delle situazioni che gli si prospettano. A volte le reazioni ansiose si originano anche in assenza della percezione di una minaccia imminente concreta, ovvero la persona vive una situazione caratterizzata dalla sensazione di incombenza di una minaccia futura indistinta, non chiaramente definita. L’assenza di un contesto realistico di minaccia e l’impossibilità di individuare chiaramente il pericolo futuro rendono impossibile elaborare strategie per affrontarla e superarla. L’individuo pertanto è intrappolato in una situazione molto penosa per se stesso, che deteriora la qualità della vita quotidiana, vissuta nello sforzo di preservare la propria minacciata integrità psichica e fisica.

Diverse sono le teorie circa i meccanismi che portano all’insorgenza dell’ansia patologica. Sigmund Freud, ad esempio, riteneva che l’ansia nascesse dal conflitto tra pulsioni, desideri inaccettabili per la coscienza, e le minacce di punizione da parte del Super-Io. L’ansia (o l'”angoscia”, come la definiva Freud) era pertanto concepita come la reazione ad un pericolo presente nell’inconscio, rappresentato da tali impulsi, nei confronti del quale l’Io si difenderebbe mobilitando meccanismi di difesa (come la rimozione), che servono ad impedire che desideri o impulsi inaccettabili giungano alla coscienza. Ma il risultato dell’impedire ai desideri istintuali di trovare appagamento è il sintomo: sintomo fisico, fobia, ansia generalizzata, etc. Pertanto l’ansia è concepita da Freud sia come segnale, avvertimento di un pericolo, sia come sintomo derivante da un conflitto interno. Invece, secondo il modello cognitivo-comportamentale essa è concepita come un’emozione mediata da strutture ed errati o disfunzionali processi di pensiero acquisiti (che portano ad una errata interpretazione degli stimoli) e perciò disadattivi. Secondo il modello della Terapia della Gestalt, l’ansia, come ogni sindrome, costituisce il miglior adattamento possibile che un organismo è stato in grado di trovare per funzionare in uno specifico contesto, ossia l’unico modo in cui l’individuo riesce a rispondere a quello che sta succedendo nella sua vita. È espressione, quindi, di un particolare modo e momento del rapporto tra organismo ed ambiente, svolgendo una funzione protettiva per l’organismo nelle situazioni in cui nasce un conflitto tra esso ed il suo ambiente. In particolare, la persona che soffre d’ansia è orientata al futuro, un futuro che viene percepito come catastrofico. Pertanto, uno degli strumenti utilizzati nel trattamento dell’ansia è la focalizzazione nel presente, nel “qui ed ora”.

Quello che sembra comune ai diversi disturbi d’ansia sono un senso di inadeguatezza, autosvalutazione, sfiducia nei propri mezzi, eccessive proiezioni nel futuro. Questi aspetti originano una percezione di incapacità nel far fronte adeguatamente alle difficoltà e possono accompagnarsi alla preoccupazione di non essere all’altezza delle proprie o altrui aspettative. Pertanto, un approccio terapeutico dovrebbe tenere in considerazione questi fattori, puntando, tra le altre cose, sullo sviluppo della comprensione del significato dell’ansia e della capacità di sentire le proprie emozioni, guidando la persona verso la scoperta del proprio potenziale e la consapevolezza dei propri bisogni, valorizzando l’autostima e l’autoefficacia, per giungere ad abbandonare radicati processi di pensiero disfunzionali e ad adottare modalità meno cristallizzate nell’intervenire ed agire sulla realtà.

Nei prossimi articoli descriveremo le situazioni in cui ricorre l’ansia patologica, fenomeno presente in una grandissima quantità di condizioni — dalle demenze ai disturbi schizofrenici, dai disturbi dell’umore ai disturbi di personalità, dai disturbi sessuali a quelli di adattamento —, ma esistono dei disturbi in cui l’ansia assume la valenza di sintomo distintivo, intorno al quale si articolano quadri sindromici specifici, e che vengono definiti, appunto, disturbi d’ansia.
 

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